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Relazione peritale: come si acquisisce la documentazione?

L'acquisizione della documentazione costituisce una delle prime fasi delle indagini che il ctu deve svolgere. Vediamo come si svolge

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Una delle prime fasi dell’attività del CTU è costituita dall’esercizio del potere di acquisire, nei limiti del suo mandato, documentazione d’ufficio, direttamente o attraverso proprie indagini.

L’esperto può recepire altresì documentazione dalle parti, in tal caso però il CTU deve fare molta attenzione a non recepire documentazione, atti o elementi di carattere innovativo e probatorio mai presentati dalle parti e quindi non contenute nei fascicoli di causa.

Il Codice di Procedura Civile, infatti, impone alle parti di cristallizzare sia il thema decidendum (ovvero l’oggetto della domanda giudiziale) sia il thema probandum (ovvero l’insieme degli elementi che costituiranno oggetto di prova).

La mancata indicazione delle istanze istruttorie entro termini di legge, comporta la conseguente impossibilità delle parti di allegare e fare acquisire successivamente nuovi mezzi di prova.

Il sistema preclusivo serve a garantire, oltre al principio dell’onere probatorio, anche quello del diritto di difesa, del contraddittorio ed il principio di economia processuale.

Il tecnico quindi dovrà censurare l’eventuale produzione di documentazione di parte avente natura innovativa ed esclusiva, volta a colmare la carenza degli elementi di indagine.

Questo potere di acquisizione, nelle mani del CTU, è spesso oggetto di contestazione dovute essenzialmente alla compatibilità con il rispetto dei termini perentori per il deposito nel giudizio dei documenti.

Ma quali sono, nello specifico, le tipologie documentali? Può il CTU acquisire documentazione non prodotta dalle parti, al di fuori del rispetto dei termini previsti per il giudizio ordinario e su detti documenti fondare il proprio convincimento e quindi rispondere al quesito formulato dal giudice?

Qualora la consulenza tecnica d’ufficio sia disposta prima della maturazione e della scadenza dei termini perentori fissati a carico delle parti per il deposito dei documenti, il CTU è libero di attingere anche nuovi documenti e su questi fondare le proprie risposte al quesito formulatogli dal giudice. L’unico limite è l’indicazione delle fonti delle sue acquisizioni documentali per consentire alle parti un corretto controllo della loro provenienza.

La risposta proviene dall’esame della giurisprudenza.

La prima ipotesi di tipologia documentale, riguarda la possibilità di acquisire, anche d’ufficio, documentazione della Pubblica Amministrazione: non viene messo in dubbio il potere del CTU di acquisire direttamente, come se fosse un mandatario del giudice, tali informazioni e documenti, anche se si tratti di materiale nuovo e in modo svincolato rispetto alle iniziative delle parti. Infatti, il potere esercitabile dal giudice di acquisire informazioni in qualsiasi momento, ha come conseguenza logica il fatto che questa possibilità/attività possa essere delegata al CTU, purché sia funzionale all’espletamento dell’incarico affidato al consulente.

L’altra tipologia documentale che il CTU, ipoteticamente, possa o meno reperire, è rappresentata dalla possibilità di acquisire documenti che non provengano dalla pubblica amministrazione, ed è questa l’ipotesi più problematica.

Anche in questo caso è necessario ricorrere alla giurisprudenza, abbondante nell’ambito del rito del lavoro, che ha conosciuto molto prima i termini perentori a carico delle parti per le richieste istruttorie e le produzioni documentali, e dalla quale è possibile giungere a principi giuridici estendibili al giudizio civile.

In un primo momento, da una parte viene ribadito che il CTU non può sostituire l’onere probatorio gravante sulle parti in causa, però viene anche consentita la possibilità di acquisire, esaminare ed utilizzare documenti nuovi riservando poi al solo giudizio del giudice, considerato “perito peritorum” se tale possibilità sia rilevante ai fini della decisione della causa.

Questo orientamento, ovvero il potere del CTU di acquisire documenti nuovi, a prescindere dal comportamento delle parti e lasciata soltanto in mano alle decisioni del giudice, viene subito abbandonato e l’evoluzione successiva è stata nel senso di privilegiare la volontà delle stesse parti, che con il loro comportamento, anche tacito (mancata eccezione di nullità nella prima difesa successiva al deposito dell’elaborato peritale) determinano la legittimità o meno dell’attività del consulente.

Si tratta della fase embrionale dell’elaborazione della teoria della distinzione tra CTU deducente e CTU percipiente.

Successive sono altre sentenze che confermano e stabiliscono il potere del CTU di acquisire nuovi documenti quando l’accertamento di determinate situazioni di fatto possa compiersi solo ricorrendo a specifiche cognizioni tecniche, fermo restando che, la consulenza non può essere ammessa per supplire carenze probatorie imputabili alle parti. E nel caso specifico in cui sia necessario effettuare accertamenti per i quali occorrano specifiche cognizioni tecniche, la CTU diventa percipiente, e cioè essa stessa fonte di prova dei fatti stessi, ed in questo caso al consulente è consentito acquisire anche da una delle parti e dunque valutare documenti nuovi non prodotti in precedenza.

L’ultima ipotesi da vagliare è rappresentata dalla possibilità per il CTU di acquisizione di informazione da terzi nel corso delle indagini peritali: nulla da eccepire sul potere del consulente nel caso in cui le informazione debbano essere richieste alla pubblica amministrazione, ma aspetto da chiarire, è invece, la possibilità per il CTU di assumere informazioni da parte di terzi che non siano la pubblica amministrazione, in considerazione del fatto che questo potere gli viene esplicitamente riconosciuto dalla legge, ma solo su autorizzazione del giudice.

Tale norma ha sollevato tutta una serie di problemi di natura processuale, ovvero se il consulente abbia o meno bisogno di uno specifico mandato dal giudice per assumere informazioni. Inoltre ci si chiede se il consulente debba o meno indicare le fonti e se questo potere possa riguardare fatti costitutivi o soltanto fatti accessori.

La giurisprudenza, ancora una volta, ha dato, nel corso degli anni, delle indicazioni precise per far fronte a tali dubbi sorti in merito all’attività del CTU.

Allo stato attuale la giurisprudenza della Cassazione ha ribadito il potere del CTU di richiedere informazioni ai terzi, considerandolo come un potere implicito nell’incarico ricevuto ed esercitabile anche senza un espresso mandato.

I limiti posti sono rappresentati dalla necessità di indicazione delle fonti di prova, in modo tale che le parti siano messe in grado di contestarle con l’onere di farlo nella prima difesa utile successiva al deposito della relazione peritale. L’altro limite posto, riguarda il fatto che tali informazioni debbano riguardare fatti solo accessori e possono essere utilizzati per la sentenza solo se non contestate.

In sostanza, l’acquisizione da parte del consulente tecnico di dati e documenti ultronei rispetto a quelli prodotti dalle parti, ha la sola funzione di riscontro e verifica rispetto a quanto affermato e documentato dalle parti.

Il criterio guida è costituito dalla riflessione che si tratta di un potere funzionale al corretto espletamento dell’incarico affidato, che non comporta alcun potere di supplenza da parte del consulente, rispetto al mancato espletamento da parte dei contendenti al rispettivo onere probatorio.

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