1.142 stabilimenti a rischio di incidente rilevante, il 25% in Lombardia

wpid-17569_rirp.jpg

In Italia, al 31 dicembre 2012, risultano 1.142 stabilimenti a rischio di incidente rilevante (Rir), di cui il 25% circa concentrati in Lombardia. In 4 regioni del nord Italia – Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte – si trova oltre il 50% degli stabilimenti Rir presenti sul territorio nazionale. Una consistente presenza si rileva anche in alcune regioni del centro-sud, come Sicilia, Lazio e Campania, ciascuna con poco più del 6%, Toscana, circa 5%, Puglia e Sardegna, circa 4%. La regione con il minor numero di stabilimenti Rir è la Valle d’Aosta con 6 stabilimenti.

Questa mappatura degli stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti in Italia è contenuta nel relativo Rapporto 2013, realizzato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e dal ministero dell’Ambiente, presentato stamattina e da oggi online sul sito www.isprambiente.gov.it, dove sono riportati e analizzati 6 indicatori rappresentativi della distribuzione territoriale, della tipologia, delle caratteristiche e delle tendenze evolutive di tutti i 1.142 stabilimenti.

A livello provinciale, nella quasi totalità delle province italiane è ubicato almeno uno stabilimento con pericolo di incidente rilevante; la distribuzione per province con numero elevato di stabilimenti pericolosi (maggiore o uguale a 20) vede il nord con Milano capofila (69), seguito da Brescia (45), Ravenna (37), Novara (28), Varese (28), Venezia (26), Torino (24), Vicenza (22), Alessandria (22), Bologna (20).

Al centro Roma presenta il maggior numero di stabilimenti (26), seguita da Frosinone (21); al sud ed isole, Napoli la fa da padrone con 33 stabilimenti. Assenti nella sola provincia di Macerata stabilimenti Rir, mentre nelle province di Gorizia, Prato, Pesaro-Urbino, Crotone, Reggio Calabria, Enna e nella provincia regionale sarda dell’Ogliastra è presente solo uno stabilimento.

Aree di particolare concentrazione sono state rilevate in corrispondenza dei tradizionali poli di raffinazione e/o petrolchimici, quali Trecate nel Novarese, Porto Marghera, Ravenna e Ferrara, Gela (Cl), Augusta-Priolo-Melilli-Siracusa, Brindisi, Taranto, Porto Torres (Ss) e Sarroch (Ca).

Rispetto alla precedente edizione del Report, che raffronta i dati tra il 2007 e il 2012, le riduzioni maggiori del numero di stabilimenti Rir si registrano nel centro sud (Lazio, Umbria, Campania, Sicilia, Sardegna), mentre si segnalano incrementi in alcune regioni del nord (Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Liguria).

Dall’analisi per Comuni emerge che ad avere almeno uno stabilimento Seveso sul proprio territorio sono 756, ovvero circa il 9% degli 8.101 comuni italiani. In 40 comuni italiani sono presenti 4 o più stabilimenti, distribuiti in 12 regioni e nei quali è ubicato oltre il 23% degli stabilimenti Rir presenti in Italia; le regioni in cui si trova il maggior numero di questi comuni sono la Lombardia (7), la Sicilia (6) e il Lazio (6). Tra i comuni caratterizzati dalla presenza di un numero elevato di stabilimenti si evidenziano Ravenna (con 26 stabilimenti) e Venezia (con 15 stabilimenti), seguite da Genova (14), Trecate (10), Napoli, Livorno e Brindisi (9), Brescia, Filago e Roma (8).

Tra le tipologie più diffuse di stabilimenti a rischio di incidente rilevante, la prevalenza è degli stabilimenti chimici e/o petrolchimici (circa 25%), concentrati in particolare in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto, e di depositi di gas liquefatti, essenzialmente Gpl, per una percentuale di circa il 24%.Catania. L’industria della raffinazione (17 impianti in Italia, ma con alcuni in fase di chiusura o trasformazione in attività di deposito) risulta, invece, piuttosto distribuita sul territorio nazionale, con particolari concentrazioni in Sicilia (5) e in Lombardia (3); analoga osservazione per i depositi di oli minerali, che risultano particolarmente concentrati in prossimità delle grandi aree urbane del Paese e nelle città con importanti porti industriali (Genova, Napoli, ecc).

Nel Rapporto è riportato anche il numero di stabilimenti, per ciascuna tipologia, relativi agli anni 2004, 2006 e 2010, per valutare gli effetti delle modifiche del campo di applicazione introdotte dai successivi decreti di recepimento nazionale delle Direttive europee. Con l’entrata in vigore del D.lgs.238/05, infatti, si sono verificate variazioni consistenti del numero di stabilimenti assoggettati alla normativa Seveso per alcune specifiche tipologie di attività: in particolare, è aumentato significativamente il numero degli stabilimenti per il trattamento superficiale dei metalli (triplicato nel 2006 e ulteriormente raddoppiato nel 2010), dei depositi di esplosivi (quasi  raddoppiati), degli impianti di trattamento e recupero (più che raddoppiati), degli impianti di lavorazione dei metalli (aumentati del 50%). Si è riscontrata, contestualmente, una marcata flessione del numero dei depositi di oli minerali (passati da 271 nel 2004 a 110 nel 2012) e di quello delle centrali termoelettriche, più che dimezzate dal 2004 al 2010, ma a partire dal 2011 di nuovo in aumento (a causa della nuova classificazione dell’olio combustibile denso utilizzato in alcune di esse).

Per quanto riguarda i quantitativi e tipologia di sostanze e preparati pericolosi presenti negli stabilimenti si rileva una cospicua presenza – distribuita su tutto il territorio nazionale – di prodotti petroliferi (benzina, gasolio e cherosene) e di gas liquefatti estremamente infiammabili (Gpl e metano). Risulta consistente anche la presenza di metanolo ed ossigeno; si evidenziano infine, anche se concentrati in alcune regioni, quantitativi particolarmente significativi di cloro, formaldeide, nitrati di ammonio e di potassio (fertilizzanti), triossido di zolfo.

Circa il 22% dei 514 stabilimenti Seveso notificati e, quindi, assoggettati ai controlli previsti dalla normativa Seveso, che detengono prodotti petroliferi e sostanze e preparati classificati come pericolosi per l’ambiente in quantità superiori alle soglie di assoggettamento, è ubicato entro 100 metri da un corpo idrico superficiale o dalla linea di costa. Inoltre, il 46% dei quantitativi di prodotti petroliferi notificati (circa 8,6 milioni di tonnellate) sono detenuti entro 100 metri da un corpo idrico superficiale, mentre il 40% (7,5 milioni di tonnellate) entro 100 metri dalla linea di costa.

Copyright © - Riproduzione riservata